Titoli

Gloria Ghisi

Le parole ci salveranno

Le parole ci salveranno

Da diciassette anni ormai, si celebra oggi 25 novembre la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. E non si tratta della solita commemorazione, purtroppo!, questo giorno non è adatto ai luoghi comuni, è anzi un’occasione per dare voce a quanto una volta era taciuto, considerato “normale”, censurato dentro le mura di casa: un tempo, il silenzio negava la violenza che si sprigiona soprattutto in famiglia, ma non solo.

Le parole sono importanti, il “dare voce” significa che c’è una nuova consapevolezza, un pensiero, una comprensione e un’elaborazione. A quanto pare sì, tutto questo finalmente c’è.

Se è vero che questo è il secolo delle donne, allora ci tocca fare un passo avanti: dalle parole ai fatti. Bisogna cominciare da noi, per costruire un futuro che sia davvero di rispetto, di uguaglianza. E, possibilmente, di pace.

Quale donna, infatti, non ha mai subito violenza? Tutte, ch più chi meno, siamo state coinvolte. Quando ero ragazzina, e dico quando avevo 14 o 15 anni negli anni Settanta, ricordo che molti uomini si sentivano addirittura in dovere di rivolgere a noi ragazzine in fase di formazione, delle frasi volgari, allusive, esplicitamente umilianti e provocatorie. Era il primo impatto con la sessualità. Mia madre mi aveva insegnato a non rispondere: “Gli uomini fanno così, vuol dire che sei bella”. Non ho nemmeno voglia di commentare, mia madre non faceva che aderire a un dato di realtà. Mi pare che questo non accada quasi più, per lo meno non nelle strade di Milano. Sarebbe un passo avanti, se la mia impressione fosse confermata.  La violenza si annidava soprattutto lì, nella vita sessuale ancora misteriosa, ma non solo. Era violenza anche separare uomini e le donne in chiesa, era violenza favorire gli studi dei figli maschi a quelli delle figlie femmine. Violenza il padre che dettava alle madri a chi dare il voto…

Oggi siamo arrivati a coniare “femminicidio”, un termine che non mi è mai piaciuto, ma che definisce fin troppo bene la violenza che scaturisce da storie di pseudo amore, fenomeno trasversale in tutti i sensi: di ceto, cultura, ambiente. Il movente più comune è legato alla gelosia e al possesso. Ma anche alla litigiosità quotidiana, a quel relazionarsi astioso che alimenta il rancore più sordo e fa lievitare la violenza. Il femminicidio è l’atto estremo di una cultura maschilista e patriarcale dura a morire, che considera le donne come oggetti di cui l’uomo-padrone può disporre.

Va detto però che non sono solo gli uomini a essere intrisi di questa mentalità che sembra non estinguersi mai, non è un pensiero che nasce solo nelle teste dei maschi, ma anche in quella di molte donne. La prima e più grande violenza non è, infatti, quella fisica, è piuttosto frutto di quel clima culturale che ci fa ancora credere di essere incapaci di arrivare dove arrivano i padri e i fratelli e gli amici. Vale per tutto, è un concetto di libertà negata a livello fisico, psicologico, politico. Essere femmine è ancora una discriminante.

La rivoluzione è allora da fare, ed è una rivoluzione che deve germogliare nella testa delle donne, perché solo così potrà poi essere alimentata da un clima sociale favorevole. L’esempio delle madri – da sempre – è il primo passo necessario. Ho detto madri, ma naturalmente intendo anche insegnanti, figure femminili di riferimento in qualsiasi ambito. Da loro arriva la consapevolezza che il rispetto è una conquista quotidiana, che le nostre potenzialità hanno bisogno di essere riconosciute e coltivate, che gli stereotipi culturali sono appunto tali: luoghi comuni che imbavagliano un pensiero di autonomia, di libertà, di crescita. Di rispetto.

Coraggio, è ora di cominciare a prenderci il domani.

 

Gloria Ghisi

© Riproduzione Riservata
Tags

Gloria Ghisi

Sono nata nel 1955, a Milano. Ho fatto per tutta la vita la giornalista, dagli inizi in una radio milanese dove mi occupavo di redigere notizie per i radiogiornale, fino alle pagine degli appuntamenti culturali di Io donna, il femminile del Corriere della Sera. Nel frattempo passata da tante testate, da tre case editrici, ho messo insieme un’esperienza varia. Esperienza che mi auguro di non far appassire e di comunicare alle nuove generazioni, alle persone giovaniche frequentano il mio laboratorio di Tecniche di giornalismo femminile, all’Università Cattolica di Milano. Qui vorrei condividere invece le riflessioni che nascono dalle letture di vario genere, dalle “passeggiate” sui social network, dalle notizie sui giornali, dalle pagine dei libri. E infatti questo blog si chiama, semplicemente, TITOLI.

Utenti online